Ucraina candidata Ue, Draghi spinge su tetto prezzo gas

(Adnkronos) – L’Ue, sfidata dalla Russia con l’aggressione dell’Ucraina, risponde con una mossa geopolitica. Il Consiglio Europeo ha concesso all’Ucraina e alla Moldavia lo status di Paesi candidati ad aderire all’Unione Europea. Anche la Georgia ottiene una “prospettiva europea”, che dovrebbe portare anche Tbilisi alla candidatura, a patto che faccia alcune riforme. L’Unione, davanti alla guerra scatenata dalla Russia di Vladimir Putin, si spinge fino ad un punto impensabile fino a pochi mesi fa.  

A spiegare la ratio della scelta fatta all’unanimità dai leader europei è il presidente francese Emmanuel Macron: una volta che la Nato ha detto “no” all’adesione dell’Ucraina, si è aperto “un vuoto: se non avessimo teso la mano a Kiev e a Chisinau”, sarebbe rimasto “un vuoto strategico e geopolitico”, in assenza di un ‘secondo cerchio’ dell’Ue come potrebbe essere quello, solo proposto della Comunità Politica Europea. E’ esattamente questo, ha detto, “il senso di questa prospettiva europea e del riconoscimento dello status di Paese candidato” per l’Ucraina, la Moldavia e, in prospettiva, anche per la Georgia.  

“Oggi è un giorno storico per l’Ue, in cui decidiamo quello che il Parlamento Europeo ha chiesto quattro mesi fa, dal 24 febbraio, quando la Russia ha iniziato la sua brutale invasione dell’Ucraina”, rivendica la presidente del Parlamento Roberta Metsola, la prima dirigente politica dell’Ue a recarsi in visita a Kiev, fin dall’inizio schieratissima con gli ucraini che combattono “per i nostri valori”. La concessione dello status di candidati a Ucraina e Moldavia viene accompagnata dalla richiesta alla Commissione di riportare al Consiglio su ogni passo del processo e sui progressi fatti dai Paesi. 

Per l’Ue si tratta comunque, ha notato a Bruxelles il segretario del Pd Enrico Letta, già eurodeputato, di “un messaggio fortissimo a livello globale e a Vladimir Putin: toccare l’Ucraina vuol dire toccare l’Europa. Un messaggio così forte non era mai stato dato”. Certo, dall’avere lo status di Paese candidato a entrare nell’Ue la strada è molto lunga: perché Kiev entri effettivamente nell’Unione serviranno anni. Lo stesso Macron ricorda che si tratta solo dell'”inizio di un cammino”.  

Tuttavia, la portata geopolitica della decisione presa oggi non è trascurabile, dato che tutti e tre i Paesi hanno pezzi del loro territorio occupati da truppe russe: l’Ucraina, che è in guerra aperta con Mosca, nel Donbass, in Crimea e nel sud del Paese; la Moldavia in Transnistria e la Georgia in Abkhazia e Ossezia del Sud.  

Non si tratta però di un’adesione immediata: l’iter è complesso, molto lungo e reversibile. Il premier albanese Edi Rama, molto seccato dalla mancata partenza dei negoziati di adesione, a causa del veto della Bulgaria sulla Macedonia del Nord per via di dissidi bilaterali sullo status della minoranza bulgara in Macedonia, è stato tagliente: la Macedonia del Nord, ha ricordato, è “candidata” ad aderire all’Ue “da 18 anni, l’Albania da otto. Quindi, benvenuta Ucraina: è una buona cosa darle lo status di Paese candidato, ma spero che il popolo ucraino non si faccia troppe illusioni”. 

I leader ribadiscono il sostegno finanziario all’Ucraina, anche se sul pacchetto di aiuti per 9 miliardi di euro cui lavora la Commissione non si registra grande urgenza, visto che Kiev per ora disporrebbe di risorse a sufficienza per far funzionare lo Stato, anche stampando moneta. Sono in corso riflessioni sulle tecnicalità finanziarie, poiché si tratterebbe di garanzie fornite dagli Stati membri e non di un versamento cash: la Germania, per motivi interni, fa meno fatica a dare un miliardo in contanti che a fornire una garanzia.  

Viene anche ribadito l’impegno a fornire “ulteriore sostegno militare” a Kiev perché possa esercitare il “diritto all’autodifesa”, contro l’invasore russo. E’ però in corso una riflessione tecnica sull’opportunità di continuare a usare la European Peace Facility, le cui non infinite risorse sono state per quasi la metà assorbite dall’aiuto militare a Kiev.  

Altro grande tema, legato a doppio filo al dossier Ucraina, i Balcani Occidentali e l’allargamento, che con questo Consiglio, dopo anni in cui aveva perso centralità, torna prepotentemente in primo piano. Le questioni relative al vicinato, ha sottolineato Macron, “sono più essenziali che mai”, perché “la guerra è tornata sul suolo europeo”. Ai Paesi della ex Jugoslavia che non sono ancora nell’Ue (la Croazia entrerà anche nell’euro l’anno venturo) e all’Albania è stato dedicato un summit ad hoc, stamani, cui hanno partecipato anche i leader di Serbia, Albania e Macedonia del Nord, che avevano ventilato la possibilità di non recarsi a Bruxelles, dato che l’avvio dei negoziati di adesione degli ultimi due Paesi resta tuttora bloccato dal veto della Bulgaria a Skopje. 

Con l’ok alla candidatura di Ucraina e Moldavia, provocato dalla guerra scatenata da Mosca, i Paesi dell’area balcanica che sono da tempo in fila temono di vedersi scavalcati: i leader Ue volevano rassicurarli, ribadendo la prospettiva europea dell’area, ma il veto bulgaro non è stato ancora rimosso (il governo di Kiril Petkov è stato sfiduciato ieri, tra l’altro), ragion per cui i negoziati di adesione con Albania e Macedonia del Nord per ora non partiranno. L’albanese Rama ha osservato che se Vladimir Putin “non sta bene”, di sicuro l’Ue non gode di “buona salute”, dato che “26 Stati membri” sono “impotenti” di fronte al veto della Bulgaria. Veto che nelle conclusioni i leader invitano Sofia a superare “rapidamente”, in modo che i negoziati con Tirana e Skopje possano essere “aperti senza ritardi”. 

Arrabbiato anche l’Alto Rappresentante Josep Borrell, che non ha nascosto la propria “delusione” per come sta procedendo l’allargamento: “Le cose non vanno bene”, ha detto, sottolineando ancora una volta che la regola dell’unanimità “è un grande problema”, perché impedisce di prendere “decisioni”. Per la Bosnia-Erzegovina si pensa ad una soluzione sulla falsariga della Georgia, con una prospettiva di candidatura a patto che vengano prima fatte una serie di riforme, anche se negli ultimi tempi la Repubblica ha fatto pochi progressi. Nelle conclusioni si invita Sarajevo ad “attuare rapidamente gli impegni presi il 12 giugno” a Bruxelles, in modo da “avanzare decisamente nel percorso europeo”. Il vertice Ue-Balcani Occidentali, tuttavia, non è andato benissimo, tanto che la conferenza stampa finale è stata cancellata, ufficialmente per motivi di tempo, e che fonti Ue parlano di una discussione “franca”.  

I capi di Stato e di governo hanno discusso anche di come rilanciare il processo dell’allargamento e soprattutto di come mantenere i Paesi che sono a qualche stadio del processo di adesione più legati all’Ue, dato che l’iter diventa “sempre più lungo”. Il terzo argomento geopolitico, discusso a cena, è quello dell’Europa allargata, cioè come organizzare lo spazio che intercorre tra l’Ue e la Federazione Russa, anche sulla base della proposta avanzata da Emmanuel Macron di creare una Comunità Politica Europea, un secondo cerchio più lasco intorno all’Unione. L’intenzione è anche quella di identificare i Paesi destinati ad avere rapporti più stretti con l’Unione. Oggi, invece, si terrà l’Eurosummit, in formato inclusivo, nel quale si discuterà della situazione economica insieme alla presidente della Bce Christine Lagarde e al presidente dell’Eurogruppo Paschal Donohoe. 

In questo contesto i leader parleranno dell’inflazione e sicuramente di energia, tema che ufficialmente non era in agenda, ma che ci è ritornato in pieno, a opera del presidente del Consiglio Mario Draghi. Il premier spinge decisamente, già da oggi, sul tetto al prezzo del gas. Tra i leader Ue c’è ancora chi pensa che intervenire su un mercato già “perturbato” potrebbe creare ulteriori problemi, osserva un alto funzionario. E’ stato già inserito nella bozza delle conclusioni un passaggio che fa riferimento all’uso dell’energia come arma e che richiama le conclusioni del Consiglio Europeo del 30-31 maggio, in cui si citava espressamente la possibilità di introdurre un tetto al prezzo del gas, dando mandato alla Commissione di studiare questa possibilità. Ma a Draghi, che conosce bene il funzionamento dei palazzi bruxellesi, non basta.  

L’Italia spinge perché non si perda tempo: fonti Ue mercoledì indicavano addirittura “settembre-ottobre” come un periodo in cui decisioni potrebbero essere prese sul fronte energetico, ma per allora si sarà alle porte dell’inverno, mentre le scorte di gas vanno riempite in estate: il problema dei forti rincari del gas, di cui beneficia la Russia, andrebbe affrontato con urgenza. Si registra una mezza apertura di Mark Rutte, primo ministro dell’Olanda, da sempre contraria alla fissazione di un price cap: ha detto che l’Aja non è “emozionalmente o in linea di principio contraria” all’ipotesi, ma teme che non funzioni. Ha però aggiunto che si tratta di una misura “in valutazione”, senza escluderla.  

Draghi, che sa come incidere in una Bruxelles non usa a trattare con premier italiani troppo assertivi (molti ricordano che al suo primo Consiglio Europeo da premier ‘strapazzò’ von der Leyen sui dati relativi ai vaccini), ha tenuto il punto e spinge sull’acceleratore. Chiede la convocazione di un Consiglio Europeo straordinario sull’energia in luglio, anche perché il mandato alla Commissione di studiare il price cap è stato dato alla fine del mese scorso e ancora non si è visto nulla: che si pensi di riparlarne in autunno, quattro mesi dopo, è quasi irrispettoso. La decisione se convocare o meno il Consiglio, però, spetta a Charles Michel. 

Infine, i leader parleranno delle conclusioni della Conferenza sul futuro dell’Europa, affidando alle altre istituzioni Ue il compito di occuparsi di come dare seguito alle raccomandazioni. Ma non ci sarebbe appetito, in generale, per riaprire i trattati, cosa che richiederebbe molto tempo e l’unanimità tra i 27, né dovrebbero infilarsi in una discussione su “questioni istituzionali”, prevede una fonte Ue.  

Nelle discussioni, ma non nelle conclusioni, si parla anche dell’enclave (o exclave, più propriamente) di Kaliningrad, dopo che la Russia ha minacciato la Lituania di conseguenze per la popolazione civile, dato che Vilnius ha deciso di applicare le sanzioni Ue anche ai treni in transito tra l’antica Koenigsberg e la Russia. Il ministro degli Esteri lituano Gabrielius Landsbergis ha anche ricordato che a partire da dicembre le sanzioni Ue si applicheranno anche al petrolio e ai prodotti derivati. L’Alto Rappresentante Josep Borrell ha detto che il Seae, il servizio diplomatico dell’Ue, lavorerà per affinare le linee guida, che la Lituania ha applicato con zelo, in modo da non ostacolare il traffico merci tra Kaliningrad e la Russia. Anche il presidente lituano Gitanas Nauseda ha convenuto che le linee guida Ue debbono essere sottoposte a un ‘fine tuning’. Si lavora dunque per evitare che la situazione sfugga di mano e che abbia conseguenze più vaste. 

(Adnkronos)